Salvini fuorigioco

18 gennaio 2019

Left, settimanale edito da Matteo Fago e diretto da Simona Maggiorelli, dedica la copertina del nuovo numero al rapporto tra il Ministro dell’Interno e il mondo degli stadi.

La rivista sarà in edicola dal 18 al 24 gennaio con il titolo “Salvini fuorigioco”.

Matteo Salvini è pubblicamente onnipresente tra tweet, dirette social, interviste rilasciate a tutti i giornali, e apparizioni televisive o radiofoniche su base quotidiana.

Negli ultimi tempi si è assistito ad un’ulteriore accelerazione, che ha portato l’inquilino del Viminale ad occupare uno dei pochissimi salotti mediatici non ancora frequentati come le trasmissioni sportive.

Il mondo dello sport, e in particolare quello del calcio, è un campo di gioco tutt’altro che estraneo alla mentalità di Salvini.

In qualità di tifoso milanista ha rivendicato anni di militanza nella curva rossonera, chiedendo “incentivi economici, defiscalizzazione, aiuti e contributi per le società che investono nei giovani italiani”, e approfittando della passione viscerale degli italiani verso il pallone per insinuare la propria ideologia attraverso una nuova narrazione di sé.

Facendosi immortalare, ad esempio, insieme ad un capo curva pluripregiudicato e considerato “socialmente pericoloso”, tuttavia suscitando un’attenzione fortemente identitaria, e non solo tra i tifosi milanisti. 

Il Ministro Salvini ha inoltre dimostrato di saper padroneggiare con disinvoltura le dinamiche che regolano la mentalità ultras, sorretta da confini netti e da rispettare, barriere, alleanze e gemellaggi ma anche inimicizie e pericolose rivalità.

In breve, l’essenza stessa del sovranismo applicato al credo politico e sociale.

Le ideologie comuni che legano queste due mentalità sono moltissime, a partire da una concezione statica ed irriducibile dell’universo, proprio come i muri e confini costruiti per bloccare migrazioni e afflussi dai porti.

La guerriglia che ha ucciso un tifoso neofascista a Milano negli scontri del 27 dicembre ha rappresentato un espediente perfetto per portare, anche all’interno degli stadi, una visione interamente disciplinata della vita delle persone.

Lo strumento cardine attorno al quale ruota questa volontà è certamente il Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive astrattamente nato nel 1985, in seguito alla strage dell’Heysel nell’omonimo stadio di Bruxelles in cui morirono 39 tifosi, e divenuto legge italiana nel 1989.

Nato per impedire l’accesso agli stadi a chi si è reso responsabile di disordini e violenze, il provvedimento ha in realtà spostato solamente il territorio di conflitto al di fuori delle strutture sportive; gli episodi di violenza, che continuano ad essere frequenti, si esprimono con tutta la propria forza prima o dopo le partite, lasciando così intatto il sacro suolo del campo da calcio e dell’industria dell’entertainment che lo gestisce.

Riguardo al Daspo, c’è una netta linea di continuità con gli elementi del passato.

Con Minniti prima e con Salvini oggi, il divieto sta assumendo dei connotati sempre meno sportivi e sempre più inquietanti.

Il “Decreto immigrazione e sicurezza” approvato il 24 settembre dal Consiglio dei Ministri ha stabilito le normative e le casistiche che rendono applicabile il cosiddetto Daspo urbano, rendendo la norma estremamente più severa.

Nel decreto-legge, fortemente voluto da Salvini, la misura viene estesa a zone di particolare interesse turistico o “aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli”, ma anche a spazi urbani che dovrebbero essere aperti a tutti come i presidi sanitari e il pronto soccorso.

Vittime del Daspo urbano saranno anche persone colte durante accattonaggio, richiesta di elemosina o bivacco: in una parola, i poveri e le fasce sociali più deboli e a rischio.

In edicola.


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