Un’alternativa a sinistra

03 gennaio 2019

Left, settimanale edito da Matteo Fago e diretto da Simona Maggiorelli, dedica al modello Riace la copertina del nuovo numero della rivista, in edicola dal 4 al 10 gennaio con il titolo “L’Europa che vorrei”.

Nel corso degli ultimi anni sempre più nazioni hanno intrapreso un cammino fatto di ideologie nazionaliste e non di rado xenofobe, rappresentando sempre più una costante all’interno del panorama politico – soprattutto in Europa e con picchi non indifferenti durante gli appuntamenti elettorali nazionali: nel 2015 si è registrata la vittoria dei liberal-conservatori guidati da Rasmussen in Danimarca, seguita dal governo finlandese di coalizione tra le destre del “Partito dei veri finlandesi” e ancora il caso della Polonia e dell’Italia.

Il primato spetta all’Ungheria del premier Viktor Orbán, il primo dei 28 Paesi che compongono l’Unione Europea ad aver spalancato le porte al populismo di stampo sovranista attraverso l’installazione di recinti di filo spinato sulle frontiere con Balcani e Serbia.

La vera novità è questa: mentre i nazionalismi erano in passato considerati come crisi e debolezza dell’intera UE, oggi rappresentano non soltanto la norma ma addirittura un movimento condiviso che mira ad aggiornarsi come leadership europea.

Molte città europee, negli ultimi mesi, sono state teatro di riunioni pubbliche tenute dai capi dei partiti sovranisti in vista della formazione di una “internazionale populista”, che mira a distinguersi come l’autentica protagonista della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo nel maggio 2019.

Le cause di questa deriva non sono da ricercarsi esclusivamente all’interno del clima di sfiducia verso le istituzioni, pesantemente aggravato da malcontento e crisi economica, ma soprattutto nell’incapacità di programmare un progetto condiviso di unione politica che possa definirsi inclusiva, laica, aperta, e in grado di mostrare ai cittadini un’alternativa credibile.

Una ristrutturazione efficace dell’intera Unione Europea non può prescindere da un centro democratico di progettualità politica che non si limiti, come accade oggi, all’instaurazione di un mero sistema di regole e vincoli di bilancio.

Il più grande alleato dei nazionalismi è senza dubbio la mancanza di una unione fiscale, politica e persino sociale.

La dimostrazione più emblematica è certamente quella riguardante i confini europei, la cui gestione è affidata alle politiche dei singoli Stati; in quei tratti d’Europa, le frontiere sono governate dai governi locali secondo principi e valori decisi dagli elettori dei singoli Paesi.

Non essendoci una vera cittadinanza europea né tanto meno una politica continentale che regoli il diritto d’asilo, il problema dell’immigrazione diventa una questione esclusivamente di interesse nazionale.

E’ proprio il flusso migratorio l’emergenza che ha posto sotto i riflettori l’intera organizzazione europea, alimentando sempre più di frequente il dibattito circa il suo ruolo politico e d’azione.

Alcuni Stati dell’Unione equiparano immigrazione ed illegalità, forti di pessime scelte politiche come la costruzione di centri di accoglienza, finanziati da soldi europei, sorti su terre di confine e liberamente gestiti dai singoli Paesi.

Sovvenzioni della UE sono anche giunte alla Turchia presieduta dal governo di Erdogan, universalmente riconosciuta come Stato autoritario, al fine di bloccare i migranti in ingresso.

Un paradosso considerando che uno dei passi fondamentali che hanno portato alla nascita dell’Europa è il Trattato di Roma del 1957, attraverso il quale si è cominciato a pensare alle frontiere non soltanto come porte di uscita ma anche di ingresso, a dimostrazione di come una vera Europa non possa esistere senza valori fondanti come quella stessa accoglienza che ha contribuito a generarla. 

In edicola.

 

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