Lessico coloniale

31 gennaio 2019

“Lessico coloniale”: è questo il titolo di copertina del nuovo numero della rivista Left, settimanale edito da Matteo Fago e diretto da Simona Maggiorelli, in tutte le edicole dall’1 al 7 febbraio.

Il vicepremier Luigi Di Maio, Movimento 5 Stelle, si è dimostrato molto attivo nell’additare la Francia e il suo presidente Emmanuel Macron – tacciati di neocolonialismo - come unici e soli responsabili della situazione critica in cui versa il continente africano.

In quelle stesse ore il premier italiano Giuseppe Conte volava tra Ciad, Niger ed Emirati Arabi per promuovere le imprese italiane in quegli scacchieri così controversi e al tempo stesso cruciali, mentre Eni annunciava di avere ottenuto il controllo sugli impianti di raffinazione di Abu Dhabi, portando a termine la più grande operazione commerciale mai condotta da uno straniero in quelle zone; il tutto mentre i vertici Eni si trovano sotto processo per una presunta maxi tangente da un miliardo di dollari pagata in Nigeria per la licenza del giacimento petrolifero Opl25.

Se ne deduce che quella in atto tra Roma e Parigi, più che una battaglia etica in nome delle diversità di visione sul destino dell’Africa, sembrerebbe essere semplicemente una concorrenza spietata per il controllo dei territori.

In quanto ad ambizioni e capacità colonialistiche, d’altronde, l’Italia ha poco o nulla da invidiare ad altre nazioni, ieri come oggi.

Come segnala a Left Gabriele Proglio, un giovane storico che lavora per l’Università di Coimbra su tematiche legate alla memoria e alle migrazioni, “siamo stati i primi a usare i gas contro i civili” durante la terribile occupazione coloniale imposta all’Etiopia dal regime dittatoriale fascista, e sebbene con altre dinamiche la situazione odierna non sembra essere mutata poi così tanto.

Il nostro Paese è in prima fila in moltissime classifiche, come ad esempio quella relativa al “land grabbing”, il controllo dei territori da parte di imprese straniere; secondo il report realizzato e diffuso dalla Ong Fian International, a fine 2015 l’Italia occupava il terzo posto tra i Paesi europei con oltre 615mila ettari, dietro solo a Regno Unito e Francia (rispettivamente 2,5 milioni e 629mila ettari).

Enormi distese di terra destinate allo sfruttamento selvaggio di risorse naturali, coltivazioni intensive, produzione di biocarburante e anche costruzione di nuovi resort, villaggi turistici o addirittura città nuove di zecca.

E’ ormai chiaro a tutti come l’Africa rappresenti una nuova terra di conquista per moltissime nazioni europee e per le grandi potenze mondiali come Turchia, Arabia Saudita, Russia, Canada, Brasile, Giappone e Cina (il cui interscambio commerciale aumenta ogni anno del 20%), senza considerare le 34 basi militari Usa sparpagliate strategicamente tra Libia, Sahel e Corno d’Africa per via delle guerre e delle depredazioni tuttora in corso.

Un autentico paradosso, considerando che il continente nero possiede ben il 30% delle riserve naturali, ma esprime soltanto il 3% del Pil mondiale.

Secondo lo storico Gabriele Proglio sussistono condizioni molto simili a quelle che favorirono, nel 1896, l’acquisizione della Baia di Assab da parte della compagnia privata italiana Rubattino per la realizzazione del Canale di Suez, e potrebbe essere “l’inizio del colonialismo nel Corno d’Africa dove ora succede che Impregilo, un pezzo della cordata Tav, si gioca la partita della costruzione sul  fiume Nilo di Gibe III, la più grande diga del continente, mettendo a rischio l’autonomia alimentare di più di mezzo milione di persone. Ci guarderemo indietro fra vent’anni e capiremo che il futuro avremmo potuto conquistarlo insieme”.


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